10 regole per scrivere contenuti inclusivi

matite colorate come simbolo di linguaggio inclusivo

Per lavoro progetto e scrivo contenuti di siti web e app che facilitano la vita alle persone. Le parole aiutano a capire il mondo, a prendere decisioni e fare delle azioni solo se sono pensate per includere chi le legge.  

Quando parliamo di linguaggio inclusivo parliamo infatti di persone, nella loro molteplicità di aspetti umani e di scelte. Includere significa offrire pari opportunità e risorse a tutte le persone che per una serie di motivi (di salute, storici, economici, politici o socio-culturali) sono (state) tradizionalmente escluse

La scrittura inclusiva ha il compito di accogliere e spiegare tenendo in considerazione la varietà e le differenze. E anche se ne leggiamo spesso a proposito dell’uso del femminile, è molto di più: è parlare a tutte e di tutte le persone indifferentemente dal genere, dall’età, dalla provenienza geografica, dalla scolarizzazione, dal ruolo professionale e da molti altri fattori.  

Negli anni ho creato un breve decalogo che mi aiuta a mantenere la bussola, anche quando devo scrivere microtesti asciutti o pagine lunghissime. 

Regola 1: Quello che non è dentro è fuori

C’è un modo facile per capire se la nostra scrittura include: se una persona può sentirsi non riconosciuta nelle nostre parole, non include.
Gran parte della comunicazione scritta è progettata per un pubblico che conosciamo. Simile a noi per età, per scolarizzazione, per provenienza, per appartenenza etnica. Raccontiamo il mondo come lo vediamo: partendo dalla nostra educazione, dalla nostra esperienza. Anche se il nostro punto di vista abbraccia quello che conosciamo non significa che non possiamo fare un passo in più.

Regola 2: Non dare nulla per scontato

La scrittura inclusiva richiede attenzione e cura. Se scelgo un dizionario burocratico o tecnico, se parlo sempre al maschile, se penso che chi leggerà ha già tutte le informazioni, allora probabilmente ho già fatto una scelta di campo.
E se hai ancora dei dubbi, è una scelta che esclude.

Regola 3: Parti dalla persona, non dall’identità

Per abitudine, raccontiamo le persone a partire dalla loro identità. Moglie, padre, studentessa, dipendente, fotografa o straniero. L’identità è un’etichetta applicata dall’esterno e limitante. Parlare della persona ci permette di espandere il campo visivo. L’approccio alla persona (“Person-first”) è più inclusivo dell’approccio all’identità (“Identity-first”). Parleremo di genitori, di una classe, di chi lavora con noi, di partner, di persone appassionate di fotografie o nate all’estero.   

Regola 4: Apri le porte a chi non ha le chiavi

L’abitudine ci porta a credere che il nostro pubblico possieda tutte le risorse per capire i nostri testi. Le parole più ricercate o quelle della burocrazia, i linguaggi tecnici come il tecnichese, il legalese, il fiscalese dicono qualcosa solo a chi lo stesso modello mentale di chi li ha usati.

Tutte le altre persone restano fuori: non comprendono il significato della parola e il senso nel contesto. Perdono l’informazione e la possibilità di metterla in pratica.
Usare il linguaggio di chi ci legge è etico, è onesto e fa bene al marketing.      

Regola 5: Usa parole specifiche

Il linguaggio specifico ci salva sempre dai guai. Se mi rivolgo a un pubblico di persone che abitano a Roma posso scegliere molte soluzioni: scrivere “Avviso a tutti i romani”, o “Avviso alla cittadinanza”. Nel primo caso, parliamo solo di persone nate o residenti a Roma, o che si riconoscono sotto l’etichetta della romanità. Nel secondo, parlo solo a chi ha la cittadinanza, e non a tutte le persone che per motivi diversi vivono o studiano o lavorano a Roma. La soluzione migliore è sempre usare parole specifiche: “Avviso a chi vive (o risiede, o ha domicilio) a Roma”

Trova le parole giuste

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Regola 6: Il femminile vive e lotta con noi

A scuola abbiamo imparato che il maschile funziona sempre per fare riferimento a una persona o a molte. È una consuetudine salutare con un “Benvenuto”, chiedere “Sei pronto?” o “Ti sei iscritto”, perché tanto “abbiamo fatto sempre così”.
In italiano, il femminile richiede un cambio di prospettiva e un lavoro più articolato con le parole. A volte è più comodo semplificare (“Benvenuto” può diventare “Ciao” o “Ti diamo il benvenuto”), a volte è necessario un giro di parole (“Iscrizione completata”).
Una frase inclusiva può essere più complessa e suonare meno bene di una frase non inclusiva. La scelta è alla Regola 1: se non include, esclude.

Regola 7: Parla di genere, non di sesso

Per iscriversi a servizi online, molti siti web chiedono il sesso della persona che si registra. Il sesso è il genere che abbiamo alla nascita, e non prende in considerazione la scelta di identità di genere alla quale una persona sente di appartenere o di non appartenere.
La domanda è impertinente e la risposta peggiore: spesso c’è la sola indicazione “maschio” o “femmina”, qualche volta ci sono terze vie come “altro” o “non binario”.
Inutile dire che “altro” presume che ci sia qualcosa di giusto e qualcos’altro, e “non binario” è simile ma con in più la violazione della Regola 4: per molte persone non significa nulla.
Se abbiamo la necessità di saperlo, è meglio dare la possibilità a chi compila il modulo di autodefinirsi in un campo libero. Se non è possibile, e in generale ogni volta che un campo non è utile, meglio non chiedere. 

Regola 8: Combatti la lotteria del codice postale

Gli anglosassoni chiamano “zip code lottery” (“lotteria del codice postale”) quel destino ineluttabile che colpisce chi nasce in quartieri periferici o disagiati. Per chi vive nelle aree che godono di cattiva fama le opportunità sono minori.
Mi è capitato di progettare i moduli per raccogliere i cv di alcune aziende e credo che non sia necessario chiedere alle persone dove abitano, a meno che non ci sia un obbligo fiscale.
In moltissime città i nomi delle strade dicono più di quanto non faccia il resto del curriculum.   

Regola 9: Non siamo tutti millennial

Il digitale è progettato e pensato per essere usato da persone che hanno una età e un linguaggio specifici. Sempre più persone anziane usano il web, e non c’è motivo per non aprire la tecnologia anche a loro. 

Oltre alle difficoltà legate alle funzioni biologiche (su tutte, la vista e i riflessi più lenti) ci sono anche problemi di “identificazione”. Una persona che ha più di 65 anni è anziana?
Le persone dai 65 anni in su sono un blocco unico, con bisogni identici?
Un caso che ho visto di recente è un vaccino per “over 80”. Over 80 è una definizione che una persona di quell’età probabilmente non riconosce. Forse lo leggerà la figlia, forse il nipote, in ogni caso possiamo trovare una buona soluzione: dagli 80 in su.

Regola 10: Non tutti i dati servono davvero

La lascio per ultima, per quel momento di sintesi che arriva alla rilettura di quello che abbiamo scritto. Non è necessario sempre chiedere tutto. Ci sono informazioni che possono restare nell’ombra, perché affollano i database e alimentano i pregiudizi (anche e soprattutto quelli inconsapevoli).
Come per la Regola 7, non è importante conoscere il genere, o l’età, o l’appartenenza etnica o la strada di residenza.

Alcuni dati non sono utili, o almeno non lo sono in alcuni momenti.
Possiamo liberarcene, insieme al peso dell’esclusione che portano con sé.

Il 25 e 29 marzo terrò per Digital Update il corso Tecniche di scrittura inclusiva. Il corso è dedicato a chi lavora con la scrittura e vuole imparare a progettare e scrivere contenuti inclusivi.

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Fonti: Alcuni esempi sono stati pubblicati nella community Microcopy & UX Writing Italia.

Foto di Sharon McCutcheon su Unsplash

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