Stories Instagram: la nuova funzione Caption

Avete presente le Stories parlate? Quella creatura mitologica che alcuni profili sembrano aver addomesticato molto bene, mentre altri si rifiutano anche solo di ammetterne l’esistenza?

Premesso che non esiste comandamento che obblighi a far sentire la propria voce nelle Stories, Adam Mosseri ha annunciato sul suo profilo Instagram una novità che potrebbe far cambiare idea a qualche persona. Per chi non lo conoscesse, Mosseri è l’Head of Instagram, una voce autorevole di cui direi che possiamo fidarci.

Ma andiamo con ordine.

Ci metto la faccia? Alcuni consigli su come parlare nelle Stories

Una delle questioni più sentite “da quando l’uomo inventò Instagram” (semicit.) continua a essere la stessa: devo per forza parlare nelle mie Stories? Come ho già anticipato qualche riga sopra, la risposta rimane “dipende”. 

Ci sono alcune considerazioni che dobbiamo tenere sempre a mente quando scegliamo se rimanere in silenzio o far sentire la nostra voce.

Connessione: rafforzare il legame con il proprio pubblico

Quando parliamo di social, parliamo tra le altre cose di connessioni, di interazioni e di community. Soprattutto in un momento storico come questo – in cui la presenza online si è intensificata mentre quella offline risente dei vari decreti, zone colorate e chiusure – farsi sentire crea e rafforza i legami con il proprio pubblico.

Ho volutamente scritto “farsi sentire” perché decidere di mostrarsi in video, secondo me, è una scelta differente; l’una non include né esclude l’altra.
Per esempio: @redroom_store è un negozio di Lambrate che vende brand artigianali e sostiene progetti emergenti, sia nel negozio fisico che sullo shop online. Redroom sceglie entrambe le soluzioni, per esempio inquadrandosi quando si tratta di celebrare l’anniversario dell’attività, oppure parlando solamente per descrivere i nuovi arrivi in negozio. Spiegare un aspetto del nostro prodotto o del nostro servizio facendoci sentire unicamente come voce fuori campo, è un buon metodo per rompere il ghiaccio quando si ha ritrosia a mostrarsi.

@redroom_store

L’opzione “documentario”

Poi c’è l’opzione “documentario”: quando un profilo realizza un video di un evento che ha creato o di una giornata tipo nei suoi locali. Può essere il caso di un ristorante, di un hotel o di una libreria. @sintesi_ristorante usa questa soluzione per mostrare il momento della spesa e sottolineare la freschezza delle materie prime.

@sintesi_ristorante

@libreria_europa, di Palermo, sceglie di leggere gli incipit di alcuni romanzi o di far vedere come si prende cura dei propri locali.

@libreria_europa

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Se c’è un mercato, c’è una domanda

Mesi fa, preparando una formazione aziendale, mi sono resa conto che esistono dei prodotti o dei servizi ritenuti “difficili”. È facile parlare dei libri che concorrono al Premio Strega, ma quando si gestisce un profilo ritenuto di scarso interesse? Ecco, se c’è un mercato, allora esiste una domanda e di conseguenza un settore che fa quella domanda.
@pasi.woodworks è un carpentiere e falegname che, con i suoi dignitosi 4.000 followers e qualcosa, crea storie parlate per spiegare la differenza tra un attrezzo per tagliare un certo tipo di legno e un altro.  

@pasi.woodworks

L’importanza di piano editoriale e della fase di testing

Se parlare non è necessario, non dimentichiamo che farlo sempre lo è ancora meno. Abbiamo un piano e un calendario editoriale dalla nostra parte che ci possono aiutare a decidere cosa vale la pena di essere raccontato dalla nostra voce, o quali contenuti richiedono di essere spiegati, e quali no.

Ricorda poi l’importanza della fase di testing: facciamo dei video-test per decidere se parlare, non parlare, mostrarci in prima persona, se il nostro pubblico e/o prodotto richiede delle Stories da ascoltare. Al limite dopo 24 ore scompaiono!

Verba volant, scripta manent: perché aggiungere sempre una parte testuale

Una raccomandazione che mi sento di fare, e che ci porterà alle ultime novità di casa Instagram: usa sempre una parte testuale per anticipare o spiegare quello che mostrerai nelle Stories.
Questo per tre motivi principali:

  1. facilitare la fruizione del contenuto a chi non può ascoltare la tua storia
  2. riassumere i punti salienti, lasciando al pubblico la decisione se quel contenuto può essere interessante
  3. last, but not least, rendere il contenuto accessibile a più persone.

Non aiutare con un testo chi sta guardando i nostri contenuti può portarli a mandare avanti la storia o a uscire. Vale soprattutto per i video, che spesso richiedono un’attenzione e un contesto adatti per la loro fruizione.

Faccio un esempio banale: sono sul treno, ho dimenticato le cuffie a casa e inizio a guardare Stories senza una parte testuale. Cosa ancora più temibile, sono tante Stories senza una parte testuale. I casi sono due: o sono contenuti di qualcuno che so che non mi metterà in imbarazzo di sicuro o, più facilmente, andrò avanti veloce. Nel caso di una piccola o media impresa, quante possibilità ci sono di avere un pubblico così devoto da sorbirsi venti video senza spiegazione?

Non dimentichiamo una cosa importante: non stiamo facendo un aperitivo e chiacchierando amabilmente con una persona che ha la possibilità di fermarci, intervenire, chiedere di ripetere. Il nostro obiettivo è catturare l’attenzione nei 15 secondi di una storia, in mezzo ad altri contenuti.

Non solo. Quando parliamo di eliminare il più possibile i punti di frizione, ci stiamo addentrando anche nella sempre più sentita tematica dell’accessibilità

Le manipolazioni generano transazioni, non fedeltà

Prendo in prestito queste parole di Simon Sinek, citato da una professionista che stimo tantissimo durante un suo intervento. Lei si chiama Valentina Di Michele, è una docente Digital Update, esperta di content strategy, UX writing e design comportamentale. Queste parole sottolineano come la scrittura possa aiutare le persone. Anche quando si tratta di contenuti ritenuti “volatili” come le Stories.

Vogliamo vendere? Certo. Vogliamo instaurare un rapporto, capire a chi ci stiamo rivolgendo e come rivolgerci? A mio modesto avviso, prima di tutto. Ecco l’importanza di usare anche solo una breve didascalia per rendere piacevoli e accessibili i nostri contenuti.

Il nuovo adesivo “caption” per le Stories

Chiudo questo articolo così come l’ho iniziato, con una notizia che Adam Mosseri, Head of Instagram, ha dato ufficialmente sul suo profilo: è stata rilasciata la funzione “caption” per le Stories e a breve per i Reels.
Purtroppo al momento è attiva solo in pochi Paesi di lingua inglese. Ma a Menlo Park si sta lavorando alacremente perché presto diventi una feature disponibile per altri stati e in altre lingue.

La funzione si trova tra gli adesivi delle Stories e genera automaticamente il testo dal contenuto parlato. I sottotitoli prodotti automaticamente lasciano spesso a desiderare, ma pare che questi saranno editabili prima della pubblicazione.

Questa novità rappresenterebbe un grosso passo avanti:

  • in termini di tempo risparmiato a scrivere le didascalie per ogni contenuto
  • di accessibilità in generale.

Non resta, quindi, che aspettare lo sticker e provarlo! Se ho attirato la tua curiosità e vuoi saperne di più, ti invito a seguire il mio corso sulle Instagram Stories e a iscriverti al gruppo Facebook e alla newsletter di Digital Update per non perdere nessuna novità.


Foto di apertura di Christian Lue su Unsplash.