Durante la scrittura del nostro libro io ed Enrico Marchetto abbiamo dovuto faticare un po’ per convincere l’editore che il titolo giusto dovesse essere Marketing in un mondo digitale e non qualche variante di Digital marketing o Strategia digitale; l’intero senso del libro sta proprio in quello spostamento di attenzione, dall’elenco di strumenti e checklist e tips&tricks al chiedersi come il digitale ha cambiato la società, l’economia, i comportamenti stessi delle persone, e di conseguenza cosa significa oggi fare bene marketing in un mondo che è cambiato e continua a cambiare. Lo spiega alla perfezione Gianluca Diegoli nella sua postfazione, e non a caso il titolo l’ho rubato a lui, che da anni chiude le mail con “marketing strategy in a digital world”.

Perciò questa settimana la mia rassegna non parla di marketing, ma prova ad allargare lo sguardo su tutto quel che sta intorno a ‘sto marketing, la menta intorno al buco insomma.

Le nuove regole del gioco, anzi del Game

Ho da poco finito di leggere The Game, il saggio di Alessandro Baricco su come il Novecento è stato travolto da una rivoluzione innescata dai tecnici; gli elementi chiave di questo passaggio epocale, secondo l’analisi di Baricco, sono:

  • la scelta costante di ignorare la dimensione dell’ideologia e dei valori, spostando l’attenzione sugli strumenti: un computer in ogni casa, Internet in tasca grazie allo smartphone, processi veloci e facilitati in cui la complessità dei problemi sottostanti deve essere per forza nascosta e risolta da gesti e soluzioni semplici, il pulsante sulla superficie del touch screen;
  • distribuire il più possibile il potere (di agire, conoscere, esprimersi): una carica rivoluzionaria, liberatoria, abilitante, ma che insieme all’empowerment individuale ha generato un potenziamento dell’ego, un individualismo che si sta trasformando in egoismo di massa e scatena dinamiche regressive e reazionarie;
  • interfacce ludiche, in cui impariamo facendo e non studiando (quante volte ci penso osservando mio figlio e la sua allergia alle istruzioni e ai manuali), con gratificazioni frequenti e immediate (cammino anche oggi un po’ di più per arrivare alla magica vibrazione del Fitbit che mi certifica il raggiungimento dell’obiettivo quotidiano dei 10.000 passi);
  • veder vincere costantemente le narrazioni più fluide, anche a discapito dell’esattezza (non voglio nemmeno dire “della verità”, quello è un concetto ormai desueto).

Il libro lo trovi dappertutto, non sto nemmeno a metterti il link; se invece te lo sei perso, qui trovi l’articolo scritto per Repubblica e di cui si è molto discusso, dove Baricco riprende alcuni dei concetti di The Game inserendoli in una riflessione sulle cosiddette élite, gli errori di valutazione che hanno fatto e alcune possibili strade per evitare il peggio.

L’errore più grave delle élite

Uno di questi errori, l’aver ignorato che globalizzazione e digitalizzazione, se da un lato offrivano opportunità enormi a una parte dell’umanità (le classi emergenti dei paesi emergenti e, per l’appunto, le cosiddette élite del primo mondo), dall’altro hanno creato insicurezza e tolto prospettive a molti altri (in particolare, la media e piccola borghesia e le classi operaie dell’Occidente), è molto ben sviluppato nel saggio di Carlo Calenda, Orizzonti selvaggi; il titolo fa molto collezione Harmony, ma anche questo è un libro che vale la pena di leggere, comunque tu la pensi politicamente.

Tornando alla nascita della rivoluzione digitale

Come ricorda Baricco, la rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo è figlia di un movimento di pensiero che parte negli anni ’60 e ’70, e che ha come tratto più distintivo un radicale individualismo che si oppone al controllo istituzionale. Rileggi la Dichiarazione di Indipendenza del Cyberspace di J.P.Barlow, e, per un’analisi più articolata, un libro di qualche anno fa purtroppo mai uscito in edizione italiana, The End of Big di Nicco Mele.

Nel suo libro Mele sottolinea che la radicale redistribuzione di opportunità generata dal digitale porta con sé anche dei rischi: può generare disgregazione, abbassare i nostri livelli di sicurezza, mettere in mano strumenti potentissimi a persone senza scrupoli o quantomeno senza la capacità di governare gli effetti delle proprie azioni. Alcuni antidoti li enunciavo in già in un mio vecchio articolo:

  • tenere presenti i valori che vogliamo siano alla base della nostra comunità: libertà di opinione, tolleranza, sostenibilità
  • pretendere di essere rappresentati e governati da persone competenti e in grado di capire il nostro tempo, non da una classe politica invecchiata o inadeguata
  • farci carico dei commons – a partire dalle comunità locali: le possibilità implicano responsabilità, oggi in molti casi possiamo smettere di lamentarci e iniziare ad aiutarci da soli
  • essere consapevoli che oggi sono istituzione globale non solo i governi, ma anche le piattaforme che tutti usiamo per collegarci e agire: Facebook, Twitter, Google sono una pubblica piazza e – pur rispettandone la natura di imprese – dovremmo iniziare a chiedere loro di assumersi la responsabilità di “luogo pubblico” che già, nei fatti, hanno.

(In)sicurezza globale: una newsletter

Per una rassegna ragionata ed esperta di notizie su cybercrime, sicurezza informatica, violazioni di archivi, privacy & C, straconsiglio Guerre di Rete, la newsletter settimanale di Carola Frediani. Confesso che non sempre riesco a leggerla fino in fondo, perché è lunga e densa di link, ma me la tengo comunque da parte in archivio.

Il meglio di Digital Update

Iscriviti alla Newsletter Digital Update: riceverai subito nella tua casella email 6 lezioni sui fondamentali del marketing, sulle strategie digitali e sulle competenze trasversali indispensabili per lavorare oggi.

Il lato oscuro degli algoritmi

Un ultimo libro letto di recente che mi ha molto fatto pensare è Armi di distruzione matematica di Cathy O’Neil; il sottotitolo, Come i big data aumentano la disuguaglianza e minacciano la democrazia, è già un’anteprima della tesi del libro, che analizza diversi ambiti di applicazione di algoritmi e big data.

Le procedure automatiche ormai agiscono su moltissimi ambiti della nostra vita: valutano studenti, insegnanti e lavoratori, prendono decisioni sulla nostra salute fisica e finanziaria, ci indirizzano verso alcuni percorsi e ce ne precludono altri; l’obiettivo è quello di rendere le scelte più efficienti e più “oggettive”, ma siamo sicuri che il risultato sia davvero un aumento dell’equità e della trasparenza?

Se non hai voglia di leggerti tutto il libro, ti segnalo questo articolo di Valigia Blu che ne riprende molti concetti, partendo da esempi legati alla lotta al crimine e alle procedure giudiziarie.

E la rituale call to action finale?

Nessuna rassegna di Digital Update può terminare senza il rimando a uno dei nostri corsi, altrimenti perché starei qui alle dieci di sera del venerdì a scriverla? Oggi però non voglio invitarti a un corso, ma dirti che abbiamo creato gli Open Pass, abbonamenti annuali alla formazione Digital Update — uno dei nostri motti è imparare a imparare, questo è un altro modo in cui puoi farlo (o aiutare i tuoi colleghi a farlo).

Buon weekend

Photo credits mauro mora on Unsplash

Entra nella community di
Digital Update!

Riceverai gratuitamente:

No grazie!