Si fa presto a dire scrivere: ma quando e come si comincia davvero?

La produttività di andarsene a zonzo

Da sempre uno dei miei mantra è “si scrive anche quando non si scrive”. Oggi mi sentirei di spingere di più: “si scrive soprattutto quando non si scrive”. Non è un mantra consolatorio, per procrastinatrici incallite, ma una verità che continua a sorprendermi.
Qualche giorno fa, per esempio, ho tenuto un brevissimo intervento introduttivo al Summit dell’Architettura dell’Informazione sulla parola Comunità, il tema di quest’anno.

Mi ci ero arrovellata per giorni, consultando dizionari su dizionari, facendo infinite ricerche su Google, ricorrendo alla mia esperienza e alla mia memoria. Ero piena di informazioni, che mi apparivano però tutte molto erudite e un po’ polverose, per quanto le formulassi nel modo più brillante di cui fossi capace. E sapevo benissimo che un intervento di pochi minuti deve essere perfetto, catturare subito l’attenzione, suscitare emozioni, contenere solo le parole necessarie, senza sbavature, ordinarle in modo naturale, ma con l’accento esattamente dove lo vuoi tu.

Poi, un pomeriggio me ne vado (non senza sensi di colpa, visto che il lavoro e le scadenze incalzavano) a vedere una mostra di un’artista contemporanea che non conoscevo ma di cui mi avevano parlato in modo entusiastico. E lì quello che vedo mi affolla gli occhi e la mente di immagini e poi di parole, a cascata e senza che le cercassi. Semplicemente arrivavano. Il mio temuto intervento si stava scrivendo da solo. Be’ la prima bozza, ma l’idea e il suo sviluppo c’erano tutti e io esultavo e mi tranquillizzavo perché sapevo che avrei scritto le mie due cartelle volando. Così è stato.

Spalancare porte e finestre: c’è un mondo là fuori, anche di immagini e di parole

Può apparire un po’ paradossale, ma la temutissima fase di stesura del testo – quella in cui ce ne stiamo davanti allo schermo digitando parole – dura poco se confrontata con la durata delle due fasi che la precedono e la seguono: la progettazione e la revisione. Anzi, più lavoriamo bene prima, più la stesura ci verrà facile, con una chiarezza e una fluidità che sentiremo anche nostra e si trasmetterà ai nostri lettori e clienti.

Il primo consiglio è quindi quello di essere sempre curiosi, di coltivare le nostre passioni anche quando ci sembrano molto lontane dalla scrittura, dal copywriting, dalla comunicazione. La scrittura è un gran calderone, una minestra che si insaporisce con gli ingredienti più svariati, da andarci a prendere ovunque: nell’arte, nella fotografia, nel giornalismo, nella letteratura, nella danza o nello sport. A volte una suggestione arriva da un’immagine, a volte da una singola parola, altre volte queste cose arrivano durante una corsa o una nuotata. L’importante è afferrarle al volo, fissarle almeno nella memoria in attesa di buttarle giù nel taccuino o dettarle allo smartphone. Conviene, perché sono quasi sempre le intuizioni migliori (anche se poi bisogna lavorarci su, e tanto!).

Progettualmente spugne

Fin qui l’evasione creativa e la serendipità. Ma per rendere fertile il terreno in cui i testi fioriscono, prima di metterci a scrivere dobbiamo fare un altro bel po’ di cose. Nicola Bonora, un altro docente del Digital Update, ha dedicato il suo recentissimo libro Content Design interamente alle attività progettuali da svolgere prima di scrivere testi per il web, qualsiasi forma e formato prendano: la raccolta delle informazioni e dei dati; le interviste ai committenti e agli utenti; la ricognizione sui vincoli (la cosa più preziosa che abbiamo); il ricorso agli strumenti che ci fanno arrivare al cuore dei bisogni degli utenti come le personas, il modello mentale, lo user journey, le job stories; la lunga lista di domande da fare prima di tutto a noi stessi e fatta non tanto di cosa, ma soprattutto di perché.

Come scrive Nicola Bonora, prima della stesura dei testi dobbiamo farci “spugne”, assorbire il più possibile. È una fase in cui già scriveremo moltissimo, prendendo familiarità con i nostri temi e i bisogni che i testi dovranno soddisfare. Al momento di strizzare la spugna, se ci siamo ben preparati, le parole verranno fuori da sole. Lo sapevano anche gli antichi: Rem tene, verba sequentur, Se hai i concetti, le parole seguono.

Ci sono anche i metodi propiziatori

Se abbiamo fatto le brave spugne e siamo andati pure spensieratamente a zonzo ma l’incipit giusto ancora non arriva e lo schermo langue, c’è ancora qualcosa che possiamo fare per sbloccarci. Condivido volentieri quello che spesso faccio io:

  • leggo ad alta voce un autore che mi piace, soprattutto per il ritmo e lo stile: può essere un classico, un giornalista, un blogger, non importa, ma mi deve dare piacere
  • traduco in italiano un testo professionale che mi ha conquistata in un’altra lingua: tradurre ci obbliga a scegliere tra più parole alternative, lentamente, pensandoci bene
  • riprendo un testo altrui che ho trovato particolarmente riuscito e lo leggo in filigrana o “ai raggi x”, cerco cioè di capire perché funziona così bene e gli “rubo” un dettaglio ispiratore da cui partire. Tranquilli, si può, purché lo facciamo da artisti, non da ladri!
  • rileggo un “mio” testo particolarmente riuscito: così mi ricordo che sì, alla fine ce la faccio sempre e sono anche capace di grandi cose 😊

C’è infine un altro metodo molto incoraggiante e propiziatorio: imparare a scrivere, e scrivere, insieme agli altri. Lo facciamo nel mio corso Lavoro, dunque scrivo del prossimo 12 novembre a Bologna. Prima, per conto tuo, potrai seguire il video introduttivo, così in aula ci mettiamo subito ad analizzare testi che funzionano, a capire perché, a leggerli in profondità, a trarne ispirazione e a mettere subito in pratica tutte queste cose. Perché un metodo (rigoroso ma flessibile) ci vuole, anche se condito con qualche personale bislaccheria.

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